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Arte Impavida
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Italy December 2008

I bunker. Inospitali o inattesi luoghi dell’arte, tra guerra e pace, tra un passato che non passa e un futuro che è già oggi e che sarà sempre domani. Paradossi del tempo e della memoria, di treni e di aerei che attendono strane coincidenze. Imprescindibili apparizioni dell’arte che, almeno lei, arriva sempre in orario...

Non tutti saranno portati nel futuro. Molti lo ricorderanno, era il titolo della beffarda installazione di Ilya & Emilia Kabakov che concludeva il lungo percorso delle Corderie alla Biennale veneziana nell’estate di un fatidico 2001. Ora l’opera si trova all’ottavo piano di uno dei bunker bellici sparsi per Vienna. Per meglio dire, uno di quei sei bunker che ne caratterizzano lo skyline.

Non che la città ci tenga granché a conservare questi rudi cimeli nazisti di solidissimo cemento armato. Anzi, se ne sarebbe disfatta da molto e molto volentieri; solo che, essendo inespugnabili, neppure le cariche di tritolo che afflosciano i grattacieli risulterebbero efficaci per farli fuori. Si parla di costruzioni mastodontiche, le cui mura perimetrali hanno fino a 3-4 metri di spessore. Essendo poi al loro interno ciechi e quasi immodificabili, oggi il loro utilizzo è per lo più destinato al magazzinaggio di oggetti e attrezzature di enti cittadini.

Uno di questi bunker, quello di Arenbergpark dove staziona l’opera dei Kabakov, ha avuto in sorte una degna riqualificazione. Ma per modo di dire, poiché - come ci si può immaginare - l’interno è per sua natura un tetro labirinto e, come se non bastasse, l’inospitalità climatica impone la chiusura invernale. Tuttavia, il suo aspetto potrebbe essere notevolmente migliore e la sua funzione museale più qualificata se venisse portato avanti un bel progetto chiamato Cat - Contemporary Art Tower, i cui autori sono Peter Noever (direttore del Mak) e gli architetti Sepp Müller (specializzato in restauri storici) e Michael Embacher.

Era l’estate del 2001, dicevamo, ed era accompagnata da quel tanto di trepidante incertezza del futuro che può contrassegnare l’inizio di un nuovo millennio. Non tutti saranno portati nel futuro è la visione di un ampio spazio che simula il contesto alquanto dimesso di un interno di stazione ferroviaria ormai a soqquadro, su cui si affaccia una specie di balconata riservata a chi è costretto, suo malgrado e con comprensibile angoscia, a restare escluso da quel viaggio verso il futuro. Sembra che non rimanga che un istante per gettare un ultimo sguardo verso il vagone di coda di quel treno di fortunati. Ma è proprio così? Il futuro viene evocato e al contempo celato, o forse negato, dalla impenetrabile parete di fondo, mentre il convoglio mostra di sé solo l’ultimo segmento, sgangherato e tanto infido da far sospettare macabri inganni. Sul finire di quell’estate del 2001, un evento epocale segnò realmente e clamorosamente l’era a venire. Qualcosa che garantiva persino una spettrale coincidenza di contenuti alla subdola installazione di Ilya & Emilia Kabakov.

Qualcosa ci fa credere che questo bunker bellico, illusoria difesa del Terzo Reich, sia un’adeguata destinazione di quest’opera. E non della sola. Tra le varie opere ora presenti - prevalentemente video e installazioni di giovani artisti, acquisite o temporaneamente ospitate proprio dal Mak, che detiene anche la gestione del luogo - ce n’è un’altra che induce il pubblico a percorrerla, simulando inizialmente un frequente preliminare di viaggio. Attenzione, si parte per una vacanza in Iraq! Dopo un impaziente cammino tra i nastri che disciplinano l’affollarsi dei viaggiatori verso il check-in, voltato l’angolo e percorso un breve corridoio in semioscurità, eccoci già a destinazione di fronte a proiezioni su grande schermo che ti mettono a tu per tu con crude scene di cadaveri nella polvere, disperazione e gestualità tragiche dei congiunti, indifferenza di coloro che ormai ci hanno fatto l’abitudine, scene di cinismo di quelli che sono lì a combattere il terrorismo. L’agenzia di viaggi è la Abidin Travel - nonché titolo dell’opera del 2006 - e il titolare Adel Abidin, artista iracheno presente alla Biennale di Venezia del 2007.

Il bunker, curiosamente ribattezzato Mak-Gegenwartskunstdepot Gefechtsturm Arenbergpark (“deposito di arte contemporanea torre antiaerea dell’Arenbergpark”), ha quindi anche un calendario di eventi artistici annuali. Proprio qualche sera fa, la sala dove è l’installazione dei Kabakov ha ospitato una performance sonora appropriatissima, a suo modo indimenticabile, da parte dell’artista multimediale britannico Scanner (all’anagrafe Robin Rimbaud). Utilizzando abilmente tecnologia e creatività, l’artista è partito dalla scansione acustica di un tic-tac di orologio avvolto in un totale silenzio. Quindi ha iniziato a sovrapporre tracce di suoni sempre più carichi di tensione, suoni profondi insieme a effetti di leggerezza, vibrazioni pervasive e tridimensionali che man mano si facevano più musicali e ritmate come un’assillante colonna sonora al culmine di una successione di eventi drammatici. Fino a dare senso al titolo della pièce: Countdown, il tempo dell’attesa per un gran finale, colossale o messianico.

Quando invece il crescendo si è repentinamente smorzato ripiegandosi su se stesso, per riportare la situazione al punto di partenza, con il silenzio e il tic-tac dell’orologio a scandire il tempo. Un tempo che infine si percepisce come assoluto, cosmico, ineffabile. Umanamente insondabile e agghiacciante.